TUTTI CAMMINAVANO COSI’ – “Le Finestre di Orosia”

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Tutti camminavano così 

Susanna Cielo , 09.05.2015 ALIAS

Da set­ti­mane qui nel cohou­sing Lola non cena più con noi. Torna tardi la sera dal lavoro. Addio babà al rhum, addio caffè e chiacchiere.

Lola coor­dina un cen­tro SPRAR (Sistema Pro­te­zione Richie­denti Asilo e Rifu­giati). Lo SPRAR costi­tui­sce un pro­getto di cen­tri di acco­glienza per per­sone che fug­gono da zone di guerra, tor­tura e fame. È fina­liz­zato all’integrazione sociale ed eco­no­mica, e attual­mente deve sup­plire sem­pre più alle carenze del sistema pri­ma­rio e imme­diato dell’ acco­glienza (attuali CARA) per il numero cre­scente dei rifu­giati. Lola, con pas­sione, mi rac­conta che lo SPRAR oltre che a for­nire vitto e allog­gio, lavora per l’accesso ai ser­vizi socio-sanitari, per l’apprendimento dell’italiano, per l’istruzione sco­la­stica di adulti e minori, per pro­muo­vere inse­ri­mento lavorativo.

Impresa dif­fi­cile , quasi impos­si­bile ora che il numero richie­denti asilo è dive­nuta emer­genza quotidiana.

Dice che nel 2014 vi è stato amplia­mento nazio­nale dei posti SPRAR da 3000 a 14.000 posti e aggiunge: «ieri alle cin­que del mat­tino acco­glie­vamo 30 rifu­giati da Lam­pe­dusa, un viag­gio di 2 giorni in pull­man, senza con­tare i mesi di fuga in con­di­zioni dispe­rate dai loro paesi».

Parla Lola, donna forte, con gli occhi appan­nati di lacrime: «non puoi più dimen­ti­care: affa­mati, pochi cenci addosso, pezzi di gomma ai piedi, quando va bene. In fila con lo sguardo sperso, vuoto e tutti cam­mi­na­vano così…». Mi mostra quell’andare a pic­coli passi, brevi, ricurvi, lenti: «sai, lo stesso della gente nei lager, o nei mani­comi. Non so come faremo».

E il mio ricordo va gli anni 80 a Trie­ste, patria di Basa­glia, all’inizio del mio lavoro in Psi­chia­tria, ai con­ve­gni nella sala sul molo sfer­zata dalla bora, alle parole di Paolo Cen­don (Pro­fes­sore uni­ver­si­ta­rio di Diritto Pri­vato) sui diritti dei sog­getti deboli: «diritto alla vita, in primo luogo, all’integrità fisica e psi­chica, alla salute, alla libertà di movi­mento. Diritto a rice­vere le cure neces­sa­rie e non essere abban­do­nati durante la loro ese­cu­zione, a non subire trat­ta­menti vio­lenti». Quanto attuali quelle parole!

E narro a Lola quanta fatica e quanta tena­cia nella psi­chia­tria di que­sti decenni. E oggi i mani­comi sono chiusi. Il 19 Aprile appren­diamo di un’altra tra­ge­dia: ancora 900 rifu­giati muo­iono in uno dei viaggi del mare. Qui a Oro­sia la casa diventa vuota e silen­ziosa. Il buio si allarga den­tro e intorno. Apro le fine­stre a cer­care luce e le stanze si inon­dano delle imma­gini dei rac­conti di Lola. I pro­fili dei campi e delle mon­ta­gne non hanno più chia­rezza, non ci sono più colori. La terra sci­vola smar­rita nell’acqua scura. Quando scrivo è il 25 Aprile, giorno della libe­ra­zione: orgo­glio civile e sto­rie di corag­gio e dolore.

E oggi il Paese è libero. Sino a che ci saranno uomini e donne dispo­sti a sacri­fici per amore degli altri, della libertà e della giu­sti­zia, c’è spe­ranza di civiltà. È un per­corso che ogni volta va rein­ven­tato e rico­min­ciato, in con­di­zioni diverse. Erne­sto ci tiene sem­pre a festeg­giare que­sta gior­nata e pre­para pizza per tutti. Metto da parte una grossa e sapo­rita fetta per Lola. La tro­verà sta­sera, quando rien­tra, con un bigliet­tino: «razie e resi­sti. Un abbraccio».

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