LA STORIA DI LORENZO SALVATORI | CONVEGNO “IN UN VANO PENSIERO”

16 marzo 2019

L’affascinate storia di Lorenzo Salvatori nell’intervento di Gabriella Ricciardi, autora Rai, e madre di Lorenzo, raccontata al convegno “In un vano pensiero” – Conversazioni di inverno su stili e progetti di vita nella  3^ edizione de  “I giorni di Orosia  2019”  diretto da Emanuela Piovano e svoltosi a Bollengo. Un intervento e una storia che hanno commosso tutti.

Tutte le storie hanno un inizio, una nascita, e anche questa parte da lì, dal 19 settembre 1989, giorno in cui è nato Lorenzo. Anche se ogni parto è un racconto che si annuncia unico, epico, il mio lo è stato quanto gli altri, col suo corredo di gioia ed emozioni. La diagnosi sarebbe arrivata 11 anni più tardi, nel 2000, ma andiamo con ordine.

Un bambino che piange molto, vuole stare sempre in braccio, non mangia, ma non come dicono le mamme apprensive, non mangia proprio niente. Mi preoccupo e questa preoccupazione fa sì che comincino una ridda di analisi che ci porteranno a un’operazione completamente inutile, ma molto invasiva. Lorenzo ha un’angioma, almeno sembra, loro la chiamano massa, di 2 centimetri per 2 nel fegato. Ed è quell’almeno sembra che rende necessaria, a detta dei medici, l’operazione. Vi risparmio come si arrivò a questa conclusione perché furono due mesi difficilissimi, ma a quattro mesi lo operano (con il mio confuso avallo visto che la parola massa allude ad altro) tagliandoli la pancia in due. Il pediatra mi chiamerà tempo dopo in preda ai rimorsi per chiedermi scusa, probabilmente ha reso un gran favore alla sua carriera, molto meno a noi.

L’operazione segna uno spartiacque in questa nostra storia. Al ritorno a casa ero terrorizzata e ossessionata dalla Favola del figlio cambiato (quella di Pirandello nei Giganti della montagna). Pensavo ossessivamente che lo avevo fatto molto carino e che me lo avevano cambiato. Piangeva come prima, ma mi ero convinta che l’operazione aveva spezzato una conoscenza che si stava approfondendo tra noi due. Era come un ballo dove all’inizio i due inesperti ballerini non fanno che pestarsi, poi i giorni ci stavano insegnando un altro ritmo, poi quel taglio aveva cambiato tutto, perché non potendolo allattare, dovendolo tenere a digiuno per l’operazione, credevo che Lorenzo si fosse sentito abbandonato da me, peggio tradito. Ero una madre che non sapeva proteggere suo figlio. Questo almeno era quello che pensavo. In estate, sulla scorta di letture intense quanto drammatiche per me di Françoise Dolto, una psicoanalista francese dell’infanzia che è stata la prima a parlare di anoressia neonatale, arrivo a formulare una diagnosi: Lorenzo in seguito all’abbandono soffre di anoressia infantile. Ci vorranno ancora molti anni per scoprire cosa è successo in quei primi difficili tre anni di vita di Lorenzo, ma quell’ipotesi mi permise di andare a Via dei Sabelli, a Neuropsichiatria infantile, a Roma e non solo, un’istituzione. Mi offrirono una terapia madre-bambino somministrando anche dei test a Lorenzo dai quali risultava un lieve ritardo cognitivo e della crescita. Io me ne ero accorta, perché Lorenzo non giocava mai che per pochissimo tempo con lo stesso gioco; era inquieto, disattento, si calmava solo passeggiando, stando fuori, stando con me. Il padre non condivideva nulla della mia feroce preoccupazione. Ero sola e sola andavo a San Lorenzo. Non guidavo pur avendo la patente, e con il bambino in braccio, salendo e scendendo da autobus e tram per andare alla terapia, credo 3 volte a settimana, mi sentivo come Ida della Morante con Useppe in braccio, in una Roma bruciata dalla guerra. Perché io ero in guerra anche se non sapevo con chi. Lo psichiatra che vedevamo era un uomo non a caso: avevo bisogno di condividere preoccupazioni e spaventi con una figura che non c’era nella nostra vita. Lorenzo si svegliava 12, anche 14 volte a notte, ero stremata e quindi il terrore si annidava più facilmente dentro di me. Piano piano, presi coraggio, cercai un altro pediatra che individuò nelle otiti frequenti e dolorosissime il problema. Lorenzo cominciò a mangiare, io cominciai timidamente a guardare fuori, a riprendere la mia vita e decisi, nell’estate in cui Lorenzo avrebbe compiuto 3 anni, di separarmi. Non avevo un lavoro, avevo solo Lorenzo. Tornai dai miei genitori e ricominciai a camminare, mi innamorai.

Ma l’asilo di nuovo mise in luce la diversità e quando, come dice Pontiggia nel suo per me preziosissimo Nati due volte, “si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla, ma di negarla.”

Io non la negavo, l’avevo affrontata con me stessa e mi tormentava. Ero schiava dei sensi di colpa. Furono le maestre a obbligarmi a guardare al futuro e fu così che dopo la prima valutazione psicologico comportamentale fatta in ospedale in lunghe sedute di osservazione e gioco, a Lorenzo dalla prima classe fu assegnato il sostegno. Intanto intorno a me non si era ancora smorzata la diffidenza che assegnava a me soltanto delle “paturnie” che mi facevano vedere ed “esagerare” le cose. Andavamo alle feste e lui era l’unico bambino che non voleva mai separarsi da me. Si sedeva e guardava gli altri giocare, forse aveva già chiaro che la sua inadeguatezza, per lo meno in quello che da lui ci si aspettava, la poteva governare isolandosi e non mettendosi in gioco. Allora l’ho mandato a fare di tutto: laboratori teatrali, psicoterapie di ogni sorta, più tardi scout, viaggi già dai 10 anni, quando sembrava che lo deportassero invece di andare per 15 giorni con il WWF, pallavolo con i suoi compagni, ecc. Ovviamente le terapie: un ciclo solo di logopedia, molti di psicomotricità. Lo accompagnavo la mattina prima della scuola per lui e del lavoro per me. A volte pensavo a un disturbo dello spettro autistico – andavo a prenderlo a scuola ed era l’unico a non correre tra le mie braccia – a volte erano altri ad avventurarsi con le diagnosi, ma non c’era nulla che spiegasse tutto e non confliggesse con alcuni elementi del quadro e stavamo daccapo. Ero molto impegnata a vivere, perché ero una giovane donna innamorata; lavoravo ed ero sempre con Lorenzo. Facevo i compiti con lui, giocavo con lui, viaggiavamo  insieme al mio compagno che viveva con noi e lo adorava, lo portavo ovunque, gli leggevo delle storie e cominciavo non solo a soffrire di quello che mancava, ma a godere di tutto quello che Lorenzo mi regalava seppure con molta fatica. È stato allora che qualcosa è cambiato. Lorenzo inventava continuamente delle storie: parlava al telefono con interlocutori immaginari, aveva delle passioni: si travestiva, aveva un armadio dei travestimenti, sceneggiava delle storie e mi attribuiva le parti e le battute; gli piaceva fare il torero e il cameriere.

Io lo incoraggiavo in tutte queste arti perché intuivo che gli restituivano una sua specialità, unicità, che la strada non era quella di diventare normale, ma quella di diventare se stesso. Intanto Lorenzo cresceva, anche se cresceva molto poco in altezza. Era piccolo, anche i suoi comportamenti, la sua evoluzione era più lenta, anche se era un gran osservatore della realtà e di se stesso e non faceva che sorprendermi dicendomi cose che erano versi come: la pioggia è una culla quando al mattino non voleva uscire per andare all’asilo perché fuori faceva freddo e pioveva; oppure guardare le prime gocce di pioggia cadere sul vetro della macchina, dove passavamo molto tempo per andare da una terapia all’altra, ai controlli, dal dentista, dall’oculista,ecc. e dire che erano delle zampette di un cucciolo di cane. Mi faceva cioè vedere delle cose che io non vedevo, oppure me ne faceva vedere la parte che restava nascosta; oppure senza essere carnevale, preso dalla sua passione per Dracula, mi accompagnava al supermercato così vestito, con le cassiere che gli domandavano cosa ci facesse in giro di giorno, oppure gli mostravano di aver paura e lui: ma io sono buono, niente sangue solo succo di pomodoro.

Agli 11 anni arriva la diagnosi: Sindrome di Noonan. Al momento se ne sapeva davvero poco, era quasi solo un nome per me. Mi diceva poco su Lorenzo, cosa fare, come aiutarlo. Ma quello per cui ho volentieri accettato l’invito così generoso di Emanuela, non è per raccontarvi come siamo arrivati a capire tutte o almeno alcune delle cose che riguardano Lorenzo, ma cosa abbia significato questo nostro cammino, questo viaggio. Nel buddismo si dice che ognuno di noi si incarna nella migliore delle condizioni possibili atte a scoprire la propria lezione, una virtù da apprendere e un difetto da superare in questo nostro fugace passaggio sulla terra. Certo ognuno di noi è portato a pensare che meglio sarebbe stato nascere in una famiglia meravigliosa, ricca, in un luogo piacevole e via dicendo, ma invece Lorenzo aveva scelto me per venire al mondo e quindi la domanda era cosa dovessi imparare io da lui e lui da me in questo nostro reciproco accompagnarci. Queste domande hanno favorito una seconda nascita, mia e di Lorenzo. Qual era la strada che mi indicava Lorenzo?

Senz’altro che la responsabilità di lottare per la sua felicità veniva ancora prima dell’amore, cioè era qualcosa a cui non potevo sottrarmi. Ma cos’era allora che io potevo dare e insegnargli? A essere se stesso e a coltivare i propri talenti e sogni senza misurarli con la presunta pienezza di quelli degli altri.

Voglio leggervi un passaggio dal libro di Pontiggia, un testo che per me è stato un portolano, un viatico. In questo brano due sgomenti genitori (lo stesso autore e la moglie) ascoltano il medico a tre mesi dalla nascita del loro figlio che a causa della sofferenza al momento del parto, avrà gravi deficit motori. “Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita.” Quindi quale sarebbe stata la mia rinascita? Amare senza risparmiarsi e senza giudicare. Abbattere le mie aspettative di genitore, smettere di aspettarmi una pagella impeccabile, che si fosse iscritto all’Università, che fosse stato il primo in uno sport o altro, che non mi cercasse sempre e continuamente con lo sguardo quando eravamo fuori o quando lui era impegnato in qualcosa.

Non è stato facile, e non lo è nemmeno ora. Spesso ho sentito pungermi il dolore.

Amo Simona,  la figlia della mia compagna, eppure il giorno della sua laurea sentivo oltre alla gioia la pena e mi chiedevo come sarebbe stata un’altra vita. A volte me lo chiedo ancora. Ma le aspettative sono quello che uccidono i talenti dei propri figli, soprattutto se disabili.

La cesura tra il mondo dell’”infanzia” e quello dell’età adulta è la fine della scuola, ossia degli studi superiori. Si apriva un tempo tutto da scoprire e inventare, un tempo largo di cui avevo molta paura, perché io sarei stata al lavoro e Lorenzo? Lui voleva presentarsi alle selezioni per la Silvio D’Amico. Aveva continuato a studiare recitazione, fare spettacoli. Era bravo, ma l’Accademia con i suoi soli 22 posti era un luogo difficile, se non impossibile per lui. Ci buttiamo, cerco l’attrice che lo preparerà. Per tutto luglio e poi settembre sentirò provarli La proposta di matrimonio di Cecov. Lorenzo cresceva nell’interpretazione, era possibile. Passa la prima selezione, ma non quella che riguarda i movimenti corporei.  Non si dà per vinto. Ci presentiamo a ogni sorta di audizione per Accademie di recitazione. È chiaro che nessuno degli esaminatori ha il coraggio di porre delle domande dirette, e sono spaventati dalla disabilità che percepiscono anche se riconoscono il suo talento, ma non sanno definire dove sta la difficoltà e preferiscono non rischiare, a volte offendendo, a volte stupiti che ci siamo presentati. Io invece ho sempre scelto la strada più difficile: dare alle cose il loro nome. Con Lorenzo abbiamo sempre usato la parola disabilità ogni volta approfondendola, entrandoci, discutendola, cercando di capire cosa raccontava della persona con disabilità. All’inizio Lorenzo non voleva che la dicessi, ora ci fa dell’ironia. Dice di se stesso, quando a volte lo sorprendo a non far nulla e gli chiedo cosa pensa, lui mi risponde che aspetta il pulmino dell’Afass per portarlo fuori insieme al suo gruppo di disabili. E ridiamo insieme dei versi con cui accompagna la frase che pronuncia accentuando difficoltà che lui non ha e inventa. Poi io alzo gli occhi al cielo e dico disabile, mooolto disabile. E lui se non chiudo con questa battuta, me la chiede.

Tornando a dove eravamo, sceglie il corso di Scarpati, ma quella non poteva essere l’unica via.

Ci vorrebbe troppo tempo per raccontarvi dell’altra strada, ossia il CFP a Capodarco, i tirocini, quelli di mantenimento (da 4 anni tirocina in Biblioteca dove è felice), ma è stata ed è una battaglia difficilissima con uno Stato che chiede sempre e solo alla famiglia, a me, di occuparmi di tutto.

Si presentò anche una seconda volta alla D’Amico, avevamo così stabilito, due e poi basta.

Nel frattempo aveva finito la lunghissima terapia ormonale (i bambini e poi ragazzi Noonan hanno problemi di scarso accrescimento e lui in prima media sembrava un bambino piccolo) e quindi anche i frequentissimi strazianti day hospital (a volte anche 12 ore in ospedale) cominciavano a spaziarsi. Si tirava il fiato.

Sono tante le persone in questo viaggio che devo ringraziare, ma una è qui con me, Antonia, anche lei madre.  Non c’è stata altra persona con la quale abbia discusso tanto, fino in fondo, senza infingimenti, del valore, delle difficoltà, del peso, della bellezza, della claustrofobia dell’essere madre, e non c’è stata altra persona che mi abbia così sostenuta nelle scelte e nelle difficoltà di interloquire con un figlio che cresceva e voleva essere felicemente se stesso, non tristemente se stesso.

È  stata lei a trovare L’Arte nel cuore, l’Accademia dove Lorenzo studia da sette anni che prepara professionalmente al mestiere dell’attore ragazzi disabili e normodotati. È un’Accademia unica che sta dando a molti di loro reali occasioni professionali. Per Lorenzo una svolta molto significativa. Un mondo da condividere, dove essere se stessi, dove non gli si chiedeva di nascondere la disabilità, ma di esplorarla e farne un punto di forza.

Con l’Accademia ha girato un film, Detective per caso.

In queste foto è sul red carpet dell’Auditorium Parco della Musica durante la Festa del cinema di Roma.

Il film è uscito in tutta Italia, e ha impegnato i suoi giovani attori in presentazioni, conferenze stampa dove ho visto Lorenzo trasformarsi in mattatore. Quest’estate poi è arrivata una conferma del suo talento attoriale: Pupi Avati lo ha scelto per il suo ultimo film, Il Signor Diavolo(che uscirà tra poco) dove ho visto con quanta professionalità e bravura Lorenzo è ormai diventato un attore.

Ma allora torno a pormi e a porvi la stessa domanda: qual è stato ed è il senso profondo di questa avventura extra ordinaria?

Il senso è nel viaggio, non nella meta. Il senso è nell’amore che non può fermarsi al giudizio negativo, o all’etichetta che esprime una diagnosi. Io ero una ragazza con i piedi e la testa nel cielo, pochissime radici a tenermi dritta sulla terra. Lorenzo è stato la radice, mi ha insegnato a non escludere la possibilità di farcela; ma soprattutto, e più di quello che siamo riusciti a fare e ad essere, io volevo essere accoglienza, porto, sicurezza per lo slancio, perché ho maturato questa radicale consapevolezza e cioè che non c’è spreco nel darsi. Se avessi perseguito la mia strada, e non vi nascondo che ho una pena per questo, diciamo una consapevole pena che non la diminuisce però, ma avessi trascurato quella di Lorenzo che non aveva la possibilità di tracciarla da solo, i miei traguardi sarebbero stati monchi e sterili, perché una vita che si spende solo per se stessa, cioè che non genera altre e diverse fioriture non la credo pienamente espressa, perché nessuno deve restare indietro. Abbiamo tutti la nostra occasione di responsabilità, il nostro pezzetto di corda da tirare.

E la rinascita di Lorenzo? Eccolo Lorenzo

Lorenzo non è triste. Anzi, Lorenzo è felice, gioioso, è consapevole della sua disabilità, ma è consapevole soprattutto che questa non è, non è più, un limite. Nell’incontro con l’altro è veramente alla pari: se incontra Pupi Avati, o un amico, o un’attrice famosa o sconosciuta con cui deve lavorare, lui è sempre se stesso. Non si vergogna, non si giustifica, non adopera filtri che lo facciano apparire diverso. È genuinamente simpatico. E non ha paura. Va ovunque senza porsi più il problema di risultare simpatico per “ingraziarsi” l’interlocutore. Affronta tutte le cose pensando di potercela fare o quantomeno di voler provare. Ha fiducia in se stesso. È a suo agio con il suo corpo, si piace.

Lorenzo è l’eroe della sua avventura extra ordinaria.

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Sul giornale Il Giorno l’articolo di Silvio Danese del 20 marzo che cita la testimonianza della mamma di Lorenzo.

 

 

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