ETNOGRAFIA DEL QUOTIDIANO – “Le Finestre di Orosia”

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Etnografia del quotidiano 

Susanna Cielo , 13.02.2015 ALIAS

Luana va e viene nel cohousing. Quando c’è ne senti il canto o la vedi nel cortile a chiacchierare. Pranza e cena di qui e di là, portando doni. Viaggia tra luoghi e amici. C’è il suo calendario ed i suoi tempi, non c’è un «saremo». C’è un passare, una passione che è un battito d’ali e poi numeri di telefono, contatti, saluti, notizie. Smirna, sai che c’è. Lei veglia sulle albe ed i tramonti della casa e la popola di gente e sogni anche quando è vuota. La vedi poco, ma se hai bisogno, puoi contarci. Questo diverso modo di abitare nel cohousing, tra «stabile» e «di transito», apre a questioni non solo di differenza tra anime, ma di concezione e identità del «cohousing». È un luogo «prima casa» o può essere anche solo di «appoggio», di rifugio, quando la propria vita è altrove? A Orosia, su questo, c’è discussione e destabilizzazione perché sono chiamate in causa organizzazione e regole. Ernesto inneggia alla libertà individuale pacifica. Per Lola «sapere essere presenti» è senza luogo e senza tempo, Anna e Rino propongono la trilogia del rispetto della differenza, tolleranza e accoglienza. La tensione cresce quando Aurora porta esempi di spreco, disordine, abbandono di oggetti e luoghi, di un abitare senza attenzione e cura.La Olga ha mal di testa: si scusa, ma questi disaccordi la ammutoliscono. Da lì in poi l’ombra del secolare conflitto tra proprietà privata ed in comune, come invisibile uragano, inghiotte il gruppo. Francesca Guidotti, Presidente di Rive (Rete italiana dei villaggi ecologici) scrive di responsabilità. Propone la lettura di Etnografia del quotidiano, libro scritto da Marco Aime, professore di Antropologia culturale all’Università di Genova. l’idea è che la responsabilità al giorno d’oggi sia stata privata del suo significato originale e declassata come valore morale e sociale con la conseguente proliferazione di esseri umani incapaci del «prendersi cura» o del compito affidatogli. Per Francesca la responsabilità è valore di base, senza il quale non è possibile creare comunità. Se nel gruppo ognuno non si prende responsabilità di parola e azione, i conflitti proliferano. Responsabilità come chiarezza, ma anche come lungimiranza. Citando il filosofo tedesco Hans Jonas, Guidotti ricorda che ogni scelta e atto umano deve tenere presente le conseguenze future volendo conservare e migliorare questo mondo. E questo è poi il senso ultimo delle attuali culture pacifiste, ecologiste e sociali. Guardo la serra ed il cielo stellato. Nei ’70 della mia adolescenza, era convinzione che incontrarsi per strade e luoghi diversi, condividere lo zaino e qualche notte, fosse importante per fondare un mondo nuovo. Più che di un mondo nuovo oggi sento il bisogno di un mondo migliore, di poter contare su persone che accettino e supportino le mie fragilità e coltivare la resistenza e generosità per farlo a mia volta: mi tranquillizza un mondo concepito così. Forse è invecchiare o forse, come dice Francesca è venuta l’ora di esercitarci nella responsabilità, e che sia la «buona garanzia» dei nostri progetti.

NATALE SENZA NEVE ” Le finestre di Orosia”

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Natale senza neve

Susanna Cielo, 10.01.2015 ALIAS

Oggi è vigilia di Natale e qui sulla serra del bianco e del rosso di Babbo Natale neanche l’ombra. Dunque vado a cercarlo: almeno qualche orma di renna. Me ne vado in un’aria nebbiosa e fredda sotto un cielo grafite ornato da trame di rami spogli. Il bosco è scuro e fermo. Il passo avanza su terra dura, con solchi fangosi di trattore. Gracchìo di cornacchie. C’è qualcosa di antico. Percorrere sentieri che uniscono luoghi e persone, è come percorrere storie. Ed in questa mappa di sentieri, luoghi e storie non c’è solitudine: mi sento viva, nel mondo con le altre creature umane. I pensieri scorrono tranquilli. Ripasso nella mente Auguri e doni alle persone care per non dimenticarne qualcuna. Natale è festa cristiana per la nascita di Gesù; per i non credenti è la festa in cui si scambiano doni. Nel Co-housing regali fra noi e ognuno trascorrerà il Natale con la propria famiglia «di sangue», da tradizione. Ormai da tempo abito qui. Bilancio. Vivere «bene» in una casa con altre persone, in famiglia o convivenze, è un grande dono che ci facciamo, anche se costa molto. I legami richiedono attenzione, tempo e cura, altrimenti appassiscono. È come occuparsi dell’orto: bagnare, smuovere la terra, togliere le erbacce. Vivere con le persone è complesso, richiede regole e rispetto di queste, responsabilità, amore e pazienza. Un gruppo sta bene se ognuno dà un po’ più di quanto prende. È vitale affrontare i conflitti, ma che fatica e impegno per arrivare ad un bene comune. Qui a Orosia, il luogo è anche un grande dono. Avevo presente quanto noi si possa trasformare un luogo, ma non sapevo quanto un luogo trasformi noi e permetta di conoscerci meglio. Qui incontro tracce dell’ infanzia, sogni dell’adolescenza, ed ora intuisco la saggezza. E di questo, nel co-housing, c’è chi ringrazia e contraccambia dedicando al luogo cure e bellezza: Lola in queste Feste ha addobbato un pino nella grande cucina e la casa è tutta ninnoli natalizi e dolci fatti in casa. E Aurora, aiutata da Aldo e Nora, si occupa della vigna e della terra componendo armonie tra paesaggio e storia locale del territorio. Di Babbo Natale nessuna traccia. Questo è un Natale povero e triste in Italia e nel mondo. Poca giustizia e ancora guerra. Dal 2014 al 2018 ricorre il Centenario della Prima Guerra Mondiale. Quasi 100 natali fa, nel 1916, Ungaretti, tornato a casa in licenza dal fronte della Prima Guerra Mondiale, scrive la poesia Natale: «Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade/ Ho tanta stanchezza sulle spalle/lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata/Qui non si sente altro che il caldo buono/ Sto con le quattro capriole di fumo del focolare» Non può fare festa: ha negli occhi e nel cuore le atrocità della guerra. E oggi, di nuovo, ancora guerre. In questo bosco infinito e disabitato, che sto attraversando, chissà quanto dolore di guerra e di umani . Forse neanche Babbo Natale ce la fa più e non verrà. Poi il bosco si assottiglia, Il paesaggio si apre e la strada mi riporta in paese. Nella piazza c’è il mercatino di Natale: canti natalizi, calore di candele colorate, cioccolata calda, oro e rosso, gioia e mistero nei bambini. Lievi sorrisi nei grandi che diventeranno nella notte Babbo Natale, per continuare nelle generazioni la celebrazione di una attesa profonda e infinita di gioia insieme, attraverso il dono. Allora Natale è un abbraccio in noi e fra noi. Allora, io, Babbo Natale continuo a cercarti, aspettarti, crederci, perché racconti di generosità e speranza e per tutti. E aspetto anche la neve.

GIORNI VICINI GIORNI LONTANI – “Le Finestre di Orosia”

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Giorni vicini giorni lontani 

Susanna Cielo , 11.10.2014 ALIAS

Set­tem­bre. in paese, i bimbi sono tor­nati a gio­care nei cor­tili della scuola. C’è pre­oc­cu­pa­zione per la ven­dem­mia a causa delle gran­di­nate e del tempo ano­malo dell’annata. Anche qui nella casa di Oro­sia ci pre­pa­riamo alla ven­dem­mia ed alla riu­nione dell’associazione per i pro­getti futuri.

Nel cohou­sing si è deciso di non acqui­stare più le ver­dure al cen­tro com­mer­ciale. Mas­simo e la moglie ven­dono le ver­dure della loro terra in un ban­chetto in paese e il sapore fa la dif­fe­renza. Giorni vicini, giorni lon­tani. A fine estate della mia infan­zia in cam­pa­gna, vado a salu­tare l’ortololano. Con l’elenco delle ver­dure det­tato da mamma pesto i pedali della bici­clet­tina sulla strada che sale al bric, alla sua capanna; vago nell’orto immenso cer­can­dolo tra filari e piante.

Lo ricordo magro e curvo, le rughe in volto e la siga­retta accesa, odore di terra e fer­ra­menta. È magia quel suo stac­care le ver­dure dalla pianta, estrarle dalla terra come crea­ture pre­ziose. «Al pros­simo anno signor ortolano».E con il mio oro nello zai­netto, giù dal sen­tiero, senza fre­nare, a casa. Al ritorno in città, ini­zia la scuola: odore di car­to­le­ria, di libro nuovo con pagine e illu­stra­zioni bel­lis­sime, di carta appena stam­pata; il grem­biule bianco sti­rato, il fiocco che sta su come una scultura.

La com­pa­gna di banco che ricordo con più affetto ha il grem­biule sem­pre un po’ mac­chiato, il fiocco molle, i capelli ricci, incolti; nell’intervallo divide con me quella sua focac­cia indi­men­ti­ca­bile, impa­stata dalla mamma, segno di amore pre­zioso e quo­ti­diano e della nostra amicizia.

Quando ci riu­niamo per l’associazione di Oro­sia, al tepore dell’ultimo sole pome­ri­diano, penso a quanto siano impor­tanti, nei nostri sogni e pro­getti adulti i momenti felici dell’infanzia. Par­liamo delle gior­nate della Serra. A Bol­lengo, ai primi di Set­tem­bre, si sono svolte le Gior­nate della Serra. È una mani­fe­sta­zione che dal 2010 si alterna annual­mente tra un comune del Cana­vese e uno del Biellese.

Valo­rizza in un’ottica eco­lo­gica il patri­mo­nio cul­tu­rale, turi­stico e natu­rale il ter­ri­to­rio di que­sti paesi, zona, tra le più sug­ge­stive della Serra More­nica. La morena si forma per accu­mulo di sedi­menti di detriti roc­ciosi tra­spor­tati da un ghiac­ciaio nel suo scor­ri­mento verso valle. La Serra di Ivrea è for­mata dal tra­sporto verso la pia­nura Padana di sedi­menti del ghiac­ciaio lungo la val­lata della Dora Bal­tea. Ori­gina alle pen­dici del Mom­ba­rone (2371 m s.l.m.) e dopo un per­corso ret­ti­li­neo di 20 km si sfran­gia nelle alture del lago di Viverone.

Il pro­gramma delle gior­nate della Serra pro­pone pas­seg­giate tra il verde sme­raldo dei boschi ed il ter­ra­cotta dei tetti lungo il sen­tiero della Via Fran­ci­gena, la mostra «L’impronta del ghiac­ciaio» sull’anfiteatro more­nico, arti­sti di strada, con­certo di fisar­mo­ni­che, banda, treb­bia­tura del grano con mac­chine d’epoca. Il cuore della mani­fe­sta­zione è il con­ve­gno orga­niz­zato da un «buon» sin­daco: «dal pae­sag­gio al territorio».

Pone a con­fronto, sul fronte dell’enologia, dell’agricoltura e dell’impresa, espe­rienze di pic­coli impren­di­tori della Serra che svi­lup­pano il loro mer­cato al di fuori della rete della grande distri­bu­zione. E qui casa Oro­sia, pre­senta l’Erbaluce di Oro­sia, la sto­ria del vigneto, della casa e la pro­ie­zione del docu­men­ta­rio Ridente la calma di Gia­como Del Buono dedi­cato a Remo Fal­co­nieri, noto viti­col­tore canavesano.

Sto­rie di nuove eco­no­mie, ma soprat­tutto di pas­sione per la terra e pro­po­ste di stili di vita «eco­so­ste­ni­bile». È la spe­ranza di uno svi­luppo «umano» della nostra civiltà. Alla sera in paese non c’è il ballo a pal­chetto, ma siamo tutti a cena ai tavoli all’aperto, come nelle feste di cam­pa­gna dei nostri nonni. Nonni lon­tani, nonni vicini.

UN LUGLIO FRAGILE – “Le Finestre di Orosia”

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Un luglio fragile

Susanna Cielo, 02.08.2014 ALIAS

Oro­sia è un cohou­sing di “crea­ture viventi”: umani, piante e ani­mali. Gli ani­mali sono arri­vati l’anno scorso , con il loro “pas­sa­porto” con tanto di nome e vaccinazioni.

Emy, Ely ed Evy , pecore nane, sono diverse nel colore del manto: nero, mar­rone, bianco. Razza bre­tone ori­gi­na­ria dell’isola d’Ouessant: la razza ovina più pic­cola al mondo. A Marzo è nato Ary,l’ agnellino.

Arzilla e Standme sono asine, mamma e figlia, di razza sarda. Quando è arri­vata qui, Arzilla era incinta . Quando 20 giorni fa nasce Zuzù, la noti­zia si dif­fonde veloce attra­verso cel­lu­lare tra tutti i coa­bi­tanti di Oro­sia, con la foto della pic­cola crea­tura dal pelo gri­gio, come nella migliore tra­di­zione degli asi­nelli sardi . All’imbrunire andiamo tutti insieme a vederlo .Zuzù è steso immo­bile, caduto dal casotto –cisterna sopra il quale spesso le pecore e l’agnellino vanno a gio­care. Lo tro­viamo morto.

Ci met­tiamo in cer­chio e arri­vano gli ani­mali. Le asine stanno in disparte. Il bosco, la vigna e noi stiamo in un silen­zio irreale, sotto un cielo plum­beo e umido che minac­cia pioggia.

Arzilla raglia per tutta la notte.Mi sem­bra di sen­tire il suo dolore, simile al nostro.

Vi sto scri­vendo que­sto da Rive, raduno degli eco­vil­laggi ita­liani (vedi www .eco vil laggi .it) , presso la comu­nità di Bagnaia in Toscaca, che com­pie 35 anni. Qui circa 700 per­sone, arri­vate da tutte le regioni, cam­peg­giano nella cam­pa­gna della comu­nità, in radure di prato cir­con­date dal bosco. L’ospitalità è stu­penda: com­post toi­let e docce per­fetti, sapone bio­lo­gico. Vie­tati droga e alcool. Cibo ottimo .

Da gio­vedì a Dome­nica si svol­gono Work­shops su temi “eco­lo­gici”: col­ti­vare la terra, ener­gia e costru­zioni “eco­so­ste­ni­bili”, vivere in comu­nità, spi­ri­tua­lità… Ven­gono pre­sen­tati gli eco­vil­laggi della rete Rive ed i nuovi pro­getti . E’ sor­pren­dente la diver­sità orga­niz­za­tiva ed eco­no­mica delle varie realtà: “comu­nità inten­zio­nali” da 6–10 per­sone fino a 600–100. Alcuni eco­vil­laggi sono più impo­stati sul lavoro della terra e l’autosostenibilità, altri sulla ricerca, altri su una vita molto fru­gale e spar­tana, nei boschi, senza ener­gia elettrica.

Ancor più sor­pren­dente qui il rispetto reci­proco per le diversità .

I bam­bini , nume­rosi, gio­cano tra loro ; c’è il labo­ra­to­rio per i ragazzi dai 14 ai 21 anni, il luogo attrez­zato per bimbi piccoli.

Al primo impatto si respira il clima “beat gene­ra­tion”; più che senso di ribel­lione c’è ope­ro­sità a pas­sione, cuore ed intel­li­genza col­let­tiva che“spera “ e lavora per un mondo migliore, che ama la terra e vuole pren­der­sene cura al meglio. Il titolo è ”fine­stre su un mondo pos­si­bile” e forse come dicono loro il futuro passa da lì.

Ritorno a Oro­sia che è sera .

Penso a Rive , a Zuzù ed alla fra­gi­lità che carat­te­rizza il nostro esi­stere. Fra­gi­lità che diventa, se accet­tata e non deni­grata , un valore etico e di civiltà che ci uni­sce e tra­sforma il mondo. Così le emo­zioni” fra­gili” di Rive come la gen­ti­lezza, la gioia,la mitezza, l’attenzione per l’altro, se rico­no­sciute e per­se­guite, cam­biano le rela­zioni inter­per­so­nali e con l’ambiente, creano un clima di acco­glienza e diven­tano un valore di pace. Così le con­di­zioni “fra­gili”, come quella di Zuzù, di tutte le crea­ture pic­cole, degli anziani, dei malati, dei poveri, degli emar­gi­nati, dei migranti, se accolte e pro­tette, diven­tano il valore di una comu­nità che “si prende cura” .

Anche la spe­ranza è un sen­ti­mento fra­gile che, col­ti­vato, diventa la forza che porta lo sguardo oltre, che ci rimette con­ti­nua­mente in gioco. Diventa, come scrive S.Weil, “L’essenza estrema del coraggio”.

VISITA IN VIGNA

Bollengo
Bollengo

30 luglio 2014

La giornalista Clara Caroli  e Anna Gagliardi responsabile della Comunicazione presso Confagricoltura di Torino sono arrivate a Bollengo sulla Serra Morenica di Ivrea per visitare la vigna dove

bottiglia erba

Emanuela Piovano coltiva Erbaluce docg raro vitigno bianco “Orosia” e la cantina Cieck a San Giorgio Canavese che quest’anno ha accettato di dedicare una botte a Orosia.

OROSIA SU LA REPUBBLICA

Venerdì 11 luglio 2014

EMA RITAGLIOLA REPUBBLICALarepubblicaorosiakitchenfilm  2

La sfida di Emanuela la signora dell’Erbaluce 

L’avventura ecologica della regista Emanuela Piovano che tra un ciack e l’altro coltiva la vite  sulla Serra di Ivrea inseguendo non un affare ma una filosofia di vita

Non solo film

io canto la terra

con il mio Erbaluce

da “utopia vegana”

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CLARA CAROLI

«Sta tutto nell’assonanza tra vite e vita», dice, cercando di spiegare il senso profondo di quel che fa. Parla di «un’ecologia relazionale », a chilometro zero, che sposa cultura e terra, cibo e cinema, come di un’utopia realizzabile, di una nuova civiltà in corso d’opera. Dello spirito rivoluzionario degli anni Settanta, quello delle comuni e dei kibbutz, Emanuela Piovano ha conservato lo slancio appassionato verso la campagna e l’idea del coltivare.

Da molti anni risiede in un casale a ridosso della Serra di Ivrea, l’altopiano morenico che sovrasta il Canavese, dove nel 2011 ha ambientato il suo film più recente, “Le stelle inquiete”, dedicato a Simone Weil (nel quale si racconta dell’incontro della filosofa con il contadino Gustave Thibon). Una tenuta a mezza costa, lungo la Via Francigena, acquistata dal padre dall’ingegner De Benedetti e trasformata in modello di coabitazione quando, trent’anni fa, il co-housing non si sapeva neppure lontanamente cosa fosse. Due giornate di terreno, tra vigne e boschi, coltivate a terrazze «in totale armonia e sintonia con l’ambiente ».

Qui, su questa terra fertile e generosa, dove l’erba è lucente e il microclima preserva persino gli ulivi, Piovano ha messo a dimora il suo cuore. Da qualche anno coltiva con passione la vite e produce un Erbaluce che porta il nome della sua tenuta: Orosia. «Come la santa di origine greca protettrice dei vignaioli — spiega — alla quale è consacrata la cappella seicentesca di casa mia. Una chiesetta che la Curia ci ha chiesto di restaurare. All’interno vi è una rappresentazione della Sindone». L’Erbaluce di Santa Orosia — realizzato in bottiglie numericamente limitate e firmate dall’enologo Donato Lanati: «Un Erbaluce assolutamente vegano, chiarificato con la terra, più leggero e cristallino», precisa lei — nasce dunque benedetto. E sponsorizzato, racconta l’imprenditrice e regista, da una rete di enti, associazioni e cooperative, da Confagricoltura a Coldiretti, che da anni si battono per fare anche del Canavese, oltre alle Langhe patrimonio dell’Unesco, un modello universale di eccellenza agricola.

Di questa eccellenza è testimonianza la storia di Remo Falconieri, oggi ottantenne, che dopo una vita di lavoro all’Olivetti, per la quale ha ideato alcuni brevetti, ha scelto di dedicarsi all’enologia. Con la figlia Lia e il socio Domenico Caretto, Falconieri ha fondato la Cieck, azienda agricola leader nella produzione dell’Erbaluce di Caluso. A lui è dedicato il documentario “Ridente è la calma” che Piovano ha prodotto con la sua Kitchenfilm, con la regia di Giacomo del Buono (aiuto di Veltroni nel film “Quando c’era Berlinguer”). Un racconto in prima persona di un momento importante dell’avventura aziendale: il trasloco dalla vecchia sede di Agliè all’attuale cantina di San Giorgio Canavese. Il film è acquistabile su www. kitchenfilmshop. it.

«Un’ode al territorio ma anche il ritratto di un uomo che ha saputo mettere insieme tradizione e modernità con una scelta coraggiosa e profondamente civile — dice Emanuela Piovano — Chi fa il vino oggi cerca un rapporto diverso con il territorio, pratica una forma di ecologia diffusa, una particolare filosofia di vita e di approccio all’ambiente. Non facciamo la Coca-Cola, non si tratta di vendere un prodotto ma di recuperare una civiltà contadina e ridare ordine a un territorio che in passato è stato devastato ». Lei, racconta, ha ereditato la tenuta — un ex ospedale psichiatrico di proprietà della famiglia Olivetti — in condizioni di degrado. «Era una giungla — spiega — totalmente incolto. Affidai il design del verde a due bravissimi architetti dell’epoca che mi proposero un progetto che avrebbe stravolto il paesaggio. Così decisi di ripristinare la vegetazione autoctona. È una questione di cultura ambientale». In questi anni ha imparato a coltivare la vigna e la terra: «Che qui non si zappa, come nelle Langhe, ma si trincia». E intanto continua a produrre e fare film, mescolando vino e cinema in un’unica passione. «Comincerò a girare il mio prossimo lungometraggio a settembre, in Puglia — conclude — ispirato liberamente alla figura di Annabella Miscuglio, animatrice del Film Studio di Roma, autrice di una censuratissima pellicola sulla prostituzione che fu preludio al celebre “Processo per stupro” ».

LA TENUTA

Possiede due giornate di terreno coltivate a terrazze

IL CLIMA

Terra fertile e generosa erba lucente e l’habitat degli ulivi

“Non si tratta di vendere un prodotto ma di recuperare una civiltà contadina e ridare ordine a un territorio ferito”

GLOBO D’ORO DEL 2011

IL PREMIO

Emanuela Piovano ha vinto il Globo d’Oro 2011 con il suo ultimo film “Le stelle inquiete”, premiato dalla giuria come “Film da non dimenticare”

TRA I FILARI

Emanuela Piovano tra le vigne del suo fondo, a ridosso della Serra, con una bottiglia d’Erbaluce

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/07/11/non-solo-film-io-canto-la-terra-col-mio-erbaluce-da-utopia-veganaTorino15.html

EMANUELA PIOVANO: CINEMA E “OROSIA”

logo_confagricoltura_toComunicato Stampa CONFAGRICOLTURA  Torino, 25 giugno 2014
UN DOCU-FILM DEDICATO A UN PRODUTTORE DI ERBALUCE

La storia di Remo Falconieri e dell’azienda Cieck in un corto prodotto dalla Kitchenfilm.

Falconieri

Remo Falconieri è il fondatore della Cieck, azienda agricola di Confagricoltura leader nella produzione di Erbaluce di Caluso.

A lui è dedicato il corto “Ridente è la calma”, firmato dal regista Giacomo del Buono e prodotto dalla Kitchenfilm, la casa cinematografica della regista Emanuela Piovano.
Il docu-film, presentato in anteprima a Torino, è un racconto in prima persona di Remo Falconieri, insieme alla figlia Lia e al socio Domenico Caretto, in un momento particolare della storia aziendale: il trasloco dalla vecchia sede di Agliè all’attuale cantina di San Giorgio Canavese. Non c’è finzione, ma una fotografia reale di un uomo che, dopo una vita dedicata all’Olivetti (e per la quale vanta l’ideazione alcuni brevetti) decide di diventare imprenditore vitivinicolo. Emerge un personaggio che, come il territorio canavesano, merita di essere conosciuto perché è una risorsa capace di stupire senza finzione

Emanuela Piovano, torinese, all’impegno cinematografico (produce e promuove il cinema indipendente internazionale con particolare attenzione ai giovani e alle donne) affianca la passione per la vigna, alimentata grazie alla conoscenza e alla collaborazione della famiglia Falconieri.

ema foto bottiglia ok2Recentemente è diventata anche produttrice di un Erbaluce di Caluso, “Orosia”, realizzato in bottiglie numericamente limitate e firmate dall’enologo DonatoLanati.

Confagricoltura, che ha partecipato alla presentazione in anteprima del corto “Ridente è la calma” si complimenta con Emanuela Piovano e Giacomo Del Buono per il lavoro svolto, ed è orgogliosa di annoverare tra i propri associati uno dei personaggi che ha contribuito a diffondere la fama dell’Erbaluce di Caluso e del suo territorio di produzione.

 

 

RIDENTE LA CALMA – IL CIECK

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Proiezione  “RIDENTE  LA CALMA – IL CIECK”  regia di Giacomo del Buono  intervista documentario a Remo Falconieri produttore di vino Erbaluce di Caluso nella sede della Kitchenfilm a Torino, alla presenza di alcuni invitati venuti per assaggiare e ritirare la nuova Cuvèe di OROSIA.

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