ETNOGRAFIA DEL QUOTIDIANO – “Le Finestre di Orosia”

il manifesto

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Etnografia del quotidiano 

Susanna Cielo , 13.02.2015 ALIAS

Luana va e viene nel cohousing. Quando c’è ne senti il canto o la vedi nel cortile a chiacchierare. Pranza e cena di qui e di là, portando doni. Viaggia tra luoghi e amici. C’è il suo calendario ed i suoi tempi, non c’è un «saremo». C’è un passare, una passione che è un battito d’ali e poi numeri di telefono, contatti, saluti, notizie. Smirna, sai che c’è. Lei veglia sulle albe ed i tramonti della casa e la popola di gente e sogni anche quando è vuota. La vedi poco, ma se hai bisogno, puoi contarci. Questo diverso modo di abitare nel cohousing, tra «stabile» e «di transito», apre a questioni non solo di differenza tra anime, ma di concezione e identità del «cohousing». È un luogo «prima casa» o può essere anche solo di «appoggio», di rifugio, quando la propria vita è altrove? A Orosia, su questo, c’è discussione e destabilizzazione perché sono chiamate in causa organizzazione e regole. Ernesto inneggia alla libertà individuale pacifica. Per Lola «sapere essere presenti» è senza luogo e senza tempo, Anna e Rino propongono la trilogia del rispetto della differenza, tolleranza e accoglienza. La tensione cresce quando Aurora porta esempi di spreco, disordine, abbandono di oggetti e luoghi, di un abitare senza attenzione e cura.La Olga ha mal di testa: si scusa, ma questi disaccordi la ammutoliscono. Da lì in poi l’ombra del secolare conflitto tra proprietà privata ed in comune, come invisibile uragano, inghiotte il gruppo. Francesca Guidotti, Presidente di Rive (Rete italiana dei villaggi ecologici) scrive di responsabilità. Propone la lettura di Etnografia del quotidiano, libro scritto da Marco Aime, professore di Antropologia culturale all’Università di Genova. l’idea è che la responsabilità al giorno d’oggi sia stata privata del suo significato originale e declassata come valore morale e sociale con la conseguente proliferazione di esseri umani incapaci del «prendersi cura» o del compito affidatogli. Per Francesca la responsabilità è valore di base, senza il quale non è possibile creare comunità. Se nel gruppo ognuno non si prende responsabilità di parola e azione, i conflitti proliferano. Responsabilità come chiarezza, ma anche come lungimiranza. Citando il filosofo tedesco Hans Jonas, Guidotti ricorda che ogni scelta e atto umano deve tenere presente le conseguenze future volendo conservare e migliorare questo mondo. E questo è poi il senso ultimo delle attuali culture pacifiste, ecologiste e sociali. Guardo la serra ed il cielo stellato. Nei ’70 della mia adolescenza, era convinzione che incontrarsi per strade e luoghi diversi, condividere lo zaino e qualche notte, fosse importante per fondare un mondo nuovo. Più che di un mondo nuovo oggi sento il bisogno di un mondo migliore, di poter contare su persone che accettino e supportino le mie fragilità e coltivare la resistenza e generosità per farlo a mia volta: mi tranquillizza un mondo concepito così. Forse è invecchiare o forse, come dice Francesca è venuta l’ora di esercitarci nella responsabilità, e che sia la «buona garanzia» dei nostri progetti.

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